La preistoria

I primi abitanti della nostra zona furono i LIGURI. Il loro nome anticamente fu sinonimo di “popolo delle montagne”. Di essi si sa che erano per lo più contadini, di bassa statura, ma dal fisico muscoloso e resistente, molto pericolosi in battaglia. I loro insediamenti, di preferenza su colline o in prossimità di alture, avevano case dalle pareti di pietre connesse senza malta, spalmate all’interno da una mistura di argilla e paglia trinciata. Arrivarono su questo territorio per cacciare, perché man mano che i grandi ghiacciai si ritiravano ed il clima si scaldava, il terreno produceva molta erba, elemento indispensabile per molte specie di animali.

I cacciatori si spingevano soprattutto sulle montagne per far provvista di marmotte, che erano numerosissime e consentivano di ottenere, oltre alla carne, una pelliccia ottima per confezionare vestiti e molto grasso. Quest’ultimo era molto importante perché, oltre ad essere un alimento, veniva usato come unguento per alleviare le contusioni, i geloni e i dolori reumatici. Con il grasso, inoltre, si costruiva una rudimentale lampada: si prendevano dei filamenti attorcigliati di erba secca e si mettevano in una piccola ciotola piena di grasso compresso, in modo da ottenere un piccolo lucignolo che si accendeva di notte per illuminare le caverne e per mantenere il fuoco. Altre ambite prede di quel periodo primitivo erano: cervi, camosci, stambecchi, mufloni, pecore, cinghiali, maiali ed alcune specie di volatili; con il miglioramento del clima il numero e le specie di animali aumentarono notevolmente. All’incirca 6000 anni fa impararono ad addomesticare gli animali, ad allevarli e a lavorare la terra ,quindi iniziarono a formare dei villaggi e gruppi più stabili di abitanti. In epoche successive arrivarono dall’estremo oriente gli Indi, che avevano imparato per primi la lavorazione del ferro. Quando giunsero dalle loro terre lontane essi erano ancora un popolo primitivo e vestivano con pelli di animali; alti e robusti, erano orgogliosi della loro pelle bianca e della loro capigliatura bionda, per natura inclini al lusso ed alla frivolezza.

I Celti

I Celti erano divisi in tribù, a volte raggruppate in piccoli stati sotto il governo di un re che aveva potere assoluto sui sudditi. Nelle famiglie il padre aveva diritto di proprietà sulla moglie e sui figli e la società era divisa in caste tra le quali primeggiava quella dei guerrieri. Per l’orgoglio di proteggere la purezza della loro razza si diedero leggi che proibivano il matrimonio sia tra parenti stretti e sia fra persone appartenenti a caste diverse, ma non riuscirono nell’intento in quanto pian piano si mescolarono inevitabilmente con le popolazioni che già abitavano il territorio. I Celti rappresentavano le loro divinità generalmente sotto forma di animali: ad esempio il dio Moccus, venerato sotto forma di cinghiale, proteggeva i commerci. Per questo motivo erano a lui dedicati il Colle di Tenda e quello della Maddalena ed anzi, quest’ultimo è stato chiamato Moccus fino al 1500 e nei documenti veniva definito “Rupis Moccensis”. Così altrettanto erano dedicati a questo dio i due centri situati sui due versanti del valico della Maddalena, da una parte l’attuale Pietraporzio, che in lingua d’Oc si dice Peirapurc, cioè “la Pietra del Porco” ossia del cinghiale (simbolo di Moccus) e dall’altra parte l’attuale Barcellonette che aveva un grande santuario dedicato a Moccus e che nella successiva epoca romana si chiamò “Civitatis Moccensis” ed era posizionata nella “Vallis Moccensis”. Un’altra divinità locale era Epona, dea della fertilità, della vita, degli animali che veniva rappresentata sotto forma di cavallo. Essa era particolarmente venerata proprio a Pedona, dove c’erano tantissimi muli e cavalli che servivano per il trasporto delle merci. Infatti in tutta la zona pianeggiante intorno al villaggio c’erano le stalle in cui venivano allevati i “Gegeni”, cavalli tipici della valle del Gegeus, cioè del torrente Gesso che venivano considerati sotto la protezione di Epona. Altre divinità , venerate soprattutto nelle valli vicine, erano Robeone, Rubacasco e Rubacozio, tipiche delle zone alpine perché protettrici della transumanza. L’unica divinità ad essere rappresentata con sembianze umane era Belenus, dio del Sole, che aveva la testa di un giovane coronata di raggi. I Celti che si fermarono nella zona più propriamente tipica delle Alpi (“alpe” è parola di origine celtica) furono chiamati GALLI, così come quelli che si stabilirono nelle regioni occidentali d’Europa fra il 700 ed il 400 a.C. in una vastissima terra, che da questi prese il nome di Gallia, allora coperta per due terzi da foreste e per il restante da paludi ed acquitrini. I Galli trovarono in questo ambiente le necessarie fonti di vita: nelle foreste e sulle montagne praticavano la caccia e nelle paludi la pesca. Gradatamente abbandonarono il nomadismo e divennero agricoltori coltivando soprattutto il grano e la vite. Erano, inoltre, abili mercanti e artigiani. Non costruirono grandi città: in Gallia vi erano soltanto numerosissimi villaggi. Non costituirono nemmeno un unico stato: erano divisi in una sessantina di popoli spesso in guerra tra loro. I più forti e numerosi furono i Belgi, gli Edui e gli Aquitani. Anche a causa delle continue lotte fra loro, furono sconfitti dai Romani, guidati da Giulio Cesare, verso la metà del I secolo a.C.

L'antica Pedona

A Pedona, oltre le strade che conducevano verso l’attuale Nizza e verso Digne, confluivano due importanti vie di comunicazione, una verso Est e una verso Ovest. Da Est proveniva una strada celto ligure molto antica che arrivava dalla Valle Tanaro, passava a Breo Lungi (presso Mondovì), scendeva a Beinette e poi da Boves giungeva a Pedona. Da Pedona la strada proseguiva verso Ovest utilizzando il guado di cascina San Nicolao, non essendo ancora stati costruiti ponti sullo Stura e, attraversato il fiume, risaliva verso Vignolo e proseguiva toccando i centri di Caraglio, Busca e Piasco fino a Saluzzo. Superato il Po presso Envie transitava a Cavour e raggiungeva Augusta Taurinorum (Torino). Per questo motivo Pedona, durante il periodo della dominazione romana, fu sede di una importante stazione doganale dove si riscuoteva la “quadragesima galliarum”, tassa corrispondente al 2,50 % del valore delle merci in transito da e verso le Gallie. I Greci, infatti, avevano fondato lungo le coste del Mediterraneo molti centri di commercio. Da Marsiglia, Nizza e Monaco risalivano per le valli Tinèe e Vesubie e , attraverso i colli delle Finestre, del Ciriegia, della Lombarda e del Ferro scendevano a Pedona attraverso le valli Gesso e Stura. Portavano il sale, del vasellame e altri prodotti che arrivavano via mare. In cambio ricevevano formaggi, pelli, lane, tessuti di lana e soprattutto il legname con cui costruivano barche e navi, perchè qui vi erano grandi foreste di pino cembro, in seguito quasi completamente scomparse. Il commercio del legname era molto redditizio e per il trasporto si utilizzavano cavalli e buoi nella bella stagione, mentre in inverno si sfruttava neve e ghiaccio per far scivolare più velocemente i tronchi ed in primavera, quando i fiumi erano in piena, si gettavano i tronchi nell’acqua che li trasportava a valle dove venivano bloccati da improvvisate dighe, raccolti e trasportati ove occorreva. In poco tempo l’antico piccolo villaggio di Pedona crebbe notevolmente , come sottolinea il fatto che la “Civitas Pedona” fu ascritta alla tribù Quirina, di rango imperiale, anziché alla tribù Pollia alla quale furono ascritte le altre civitates dei dintorni e divenne “municipium” ai tempi dell’imperatore Nerone. Il centro romano di Pedona non costituiva un quadrato chiuso, ma era un insieme di diversi insediamenti abitativi vicini, come era nella sua origine celto-ligure. L’agglomerato più consistente doveva sorgere dove oggi c’è il centro storico di Borgo, a ridosso della collina di Monserrato, ma a tutt’oggi si discute sulla esatta ubicazione di Pedona. Con certezza si sa che l’antico cimitero si trovava esattamente sotto l’attuale piazza parrocchiale di San Dalmazzo e nella fascia compresa fra questa, Piazza Martiri, Via Marconi, Via Grandis e Corso Mazzini. C’era anche una zona che si trovava verso il torrente Gesso, nei pressi dell’attuale stazione ferroviaria dove pochi anni fa, in occasione dello scavo per l’acquedotto di Cuneo, sono venute alla luce alcune tombe romane. Pedona, dunque, era un centro con piccole frazioni intorno perché, avendo molte strade di transito, vedeva sorgere lungo queste gruppi di insediamenti isolati, soprattutto in prossimità dei bivii tra la Valle Gesso, la Valle Vermenagna, la strada per Boves e verso la Valle Stura. Piano Quinto, ad esempio, che oggi si trova nel territorio di Roccasparvera, era una frazione di Pedona e deriva il suo nome dal fatto che lì vi era la quinta pietra miliare che si contava da Demonte a Pedona. Nel periodo romano Pedona trovò la sua sistemazione nelle rigorose maglie della centuriazione, cioè della suddivisione del terreno agrario in tanti rettangoli di 200 jugeri (pari a circa 25 are), con orientamento da nord a sud, che è leggibile tuttora nello sviluppo urbanistico della città e che segna l’andamento degli appezzamenti di terreno, delle ‘bialere’(canali), delle strade di campagna e di molti insediamenti abitativi posti alla periferia dell’agglomerato urbano. Particolarmente interessanti sono i resti dell’antica strada lastricata romana ancor oggi visibili sulla strada che va verso Vignolo, prima della discesa del Ponte del Sale.

Il periodo romano

L’antico centro celto-ligure di Pedona fu conquistato verso il I secolo a.C.dai Romani, che erano di una famiglia propriamente italica, più legati ad una stirpe mediterranea. Quando conquistarono l’Italia ed arrivarono qui, trovarono delle popolazioni che loro chiamarono Liguri perché questo territorio, facente parte della vasta zona da Milano a Ventimiglia, veniva detto Liguria; anzi precisamente le ligurie erano due: una sopra il Po ed una sotto. L’incontro tra i Romani ed i Celto-Liguri fu all’inizio una vera e propria guerra, perché i Romani, oltre a sottomettere il territorio, volevano anche vendicarsi dell’aiuto che queste popolazioni avevano offerto ad Annibale durante il valico delle Alpi. Dopo questo periodo difficile, però, queste terre riuscirono a convivere bene con i romani e strinsero con essi un patto di federazione. I Romani permisero loro di mantenere le proprie tradizioni, usanze, credenze e non rinnegarono le divinità celto-liguri , cercarono anzi le somiglianze con le proprie, in particolare di quelle che proteggevano i commerci, il bestiame, la transumanza ed altre attività locali come la pesca; imposero però di sostituire loro il nome con quello delle divinità romane, così Belenus diventò Apollo, Moccus diventò Mercurio, Epona fu chiamata Atena o Diana ed aggiunsero Nettuno protettore delle acque e della pesca. Gli dèi celtici non tramontarono, dunque, durante l’impero romano ed i druidi continuarono ancora per molto tempo ad officiare i loro riti. Altrettanto si mantennero le consuetudini locali. Una di queste, molto importante, era la conta degli animali da affidare ad un pastore o margaro per il pascolo. Si prendeva un bastone e lo si incideva con un numero di linee uguale al numero degli animali, poi si spaccava il bastone in due parti, dalla punta verso il piede, ognuna delle quali riportava la metà delle incisioni: una era tenuta dal proprietario e l’altra da chi portava gli animali all’alpeggio. Terminato il periodo dei pascoli i due interessati ricomponevano il bastone e controllavano che il numero di animali corrispondesse alle incisioni; in caso di divergenze toccava ai sacerdoti, che fungevano anche da giudici, dirimere la questione.

L'invasione saracena

All’inizio dell’anno novecento i Saraceni, attestati a La Garde-Freinet nel golfo di Saint Tropez fin dalla metà del IX secolo, risalirono la valle Roja e le altre valli delle Marittime muovendo alla conquista del Piemonte. Scesi nel 906 per le valli Pesio e Vermenagna, conquistarono e devastarono Pedona. La chiesa longobarda, pregevole per i suoi stucchi ed i preziosi marmi, fu saccheggiata e distrutta dai Saraceni che, probabilmente per timore superstizioso, risparmiarono solamente il sacello del Santo che i fedeli continuarono a visitare pagando un obolo alle guardie. Dopo le prime scorrerie saracene, approfittando di un momento favorevole, il Vescovo di Asti, Audace, trasferì a Quargnento le reliquie di San Dalmazzo e dei Compagni per proteggerle più efficacemente, resteranno colà fino al 1174. Il paese dopo aver subìto per qualche decennio l’egemonia saracena, si organizzò per una lotta di liberazione e , con la guida degli Abati (uniche autorità rimaste) , verso il 980 riuscì dopo un’aspra guerriglia a liberarsi degli invasori ed a ricacciarli donde erano venuti. Di questo periodo purtroppo rimangono pochi documenti perché i Saraceni distrussero anche gli scritti e la biblioteca dell’Abbazia, per trovare notizie occorre rivolgersi ad Asti che, non essendo stata toccata dall’invasione, possiede uno dei pochi archivi del Piemonte con documenti originali anteriori a quell’epoca.

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